Storie di persone

Ogni caso a cui ho lavorato è l’esempio concreto dell’approccio personalizzato, della competenza e della dedizione messi a disposizione dei miei clienti.

Tuttavia, non si tratta solo di questioni legali, ma di percorsi di vita vissuti insieme alle persone e meritevoli di essere raccontate.

Amianto nel cantiere navale

Un lungo cammino verso la giustizia

La lotta di una famiglia per ottenere il riconoscimento del danno causato dall’esposizione all’amianto: una storia di dolore, resilienza e umanità.

Questa è la storia di un dramma legato al mesotelioma, una malattia che si manifesta a distanza di decenni dall’esposizione alle fibre di amianto e che lascia segni profondi sulla vittima e — soprattutto — sulla sua famiglia.

La vicenda riguarda un (ex) lavoratore dell’Arsenale Militare di La Spezia, che viene a mancare per la malattia, una volta in pensione, dopo aver lavorato per 36 anni. Quando, nel 2017, arriva la fatidica diagnosi di mesotelioma, segno di una esposizione professionale certa ad amianto, è purtroppo ormai troppo tardi.

La famiglia, guidata dalla determinazione di uno dei figli, ha affrontato un percorso legale iniziato nel 2018: un’importante svolta è stata nel 2022 quando il Tribunale di La Spezia ha riconosciuto il nesso tra la malattia e l’esposizione lavorativa all’amianto, condannando il Ministero al risarcimento iniziale.

Successivamente, nel 2023, il Tribunale di Genova ha concluso anche la causa per danni parentali con una sentenza, offrendo, di fatto, un po’ di pace alla famiglia, restituendo anche un senso di giustizia a una tragedia umana. Sentenza confermata nel 2024 anche dalla Corte d’Appello di Genova. 

Questo cammino, intriso di dolore e resilienza, ha creato un rapporto speciale tra avvocato e assistiti, stimolando una confidenza e un’amicizia che vanno al di là del rapporto professionale e che portano inevitabilmente a condividere la gioia (ed insieme il dolore) di questa fine.

La sfida maggiore da un punto di vista legale

Ci siamo trovati di fronte fin da subito a una complessa questione legale: la gestione della competenza e giurisdizione tra diversi tribunali. Alcuni giudici trattano il danno ereditario e parentale insieme, mentre altri li separano, creando incertezza procedurale. La sfida è stata evitare processi frammentati, promuovendo un unico procedimento per semplificare e accelerare i tempi. Tuttavia, il Tribunale di La Spezia ha trattato solo il danno ereditario, trasferendo il danno parentale al Tribunale di Genova, complicando il percorso legale.

Le soluzioni offerte a sostegno dei miei assistiti

Per superare la frammentazione tra tribunali, ho insistito sul principio dell’economia processuale, utilizzando prove e documenti raccolti durante il procedimento di La Spezia, anche nel giudizio a Genova; il mio obiettivo resta l’adozione di una strategia che possa garantire uniformità e rapidità nel giudizio.  Questa scelta ha ridotto tempi e costi, evitando la duplicazione di sforzi. Altro aspetto che ritengo fondamentale è stato la quantificazione congrua dei danni, evitando richieste sproporzionate che potessero essere ridimensionate dal giudice. Il mio supporto costante alla famiglia ha creato una collaborazione intensa e fiduciosa, fondamentale per affrontare l’iter processuale.

I risultati ottenuti

Nel giugno 2022, il Tribunale di La Spezia ha riconosciuto il nesso causale tra il mesotelioma e l’esposizione professionale, liquidando circa 100.000 euro per il danno ereditario. Questa sentenza, non impugnata, è diventata definitiva, segnando un primo successo. Parallelamente, il procedimento per il danno parentale al Tribunale di Genova ha sfruttato le prove raccolte nella prima causa, concludendosi nel 2023, con una condanna al risarcimento complessivo di circa 700.000 euro. Sentenza confermata in appello nel 2024. Grazie alla determinazione della famiglia, in particolare del figlio che ha seguito ogni singola udienza, la giustizia ha restituito una parziale serenità ai familiari.

Giustizia per un eroe silenzioso

La battaglia legale di una famiglia di un ex Vigile del Fuoco contro l’esposizione all’amianto: un percorso complesso che porta al riconoscimento del dolore e della dignità perduta.

Questa è la storia di un ex Vigile del Fuoco che ha dedicato 41 anni della sua vita al servizio. La sua carriera, simbolo di orgoglio e appartenenza, si è conclusa tragicamente nel 2012, dopo la diagnosi di mesotelioma. L’esposizione continua ad amianto, presente nei dispositivi di protezione e durante gli interventi, è stata fatale. La diagnosi del 2011 ha dato inizio a una lotta della famiglia per ottenere giustizia. Un figlio, mosso dall’amore e dai valori paterni, ha guidato questa battaglia, sostenendo il padre nei trattamenti e affrontando il dolore della perdita. La sentenza del 2023 ha riconosciuto alla famiglia un risarcimento di 1,2 milioni di euro, includendo anche il danno psicologico ad uno dei figli.

La sfida maggiore da un punto di vista legale

La causa è iniziata nel 2018 e ha incontrato difficoltà legate alla giurisdizione: per i Vigili del Fuoco, la giurisprudenza stabilisce che le cause di risarcimento siano in parte da instaurarsi innanzi TAR ed in parte davanti al Tribunale Civile. Questa prassi ha complicato il processo, portando a una divisione tra il danno parentale, trattato dal giudice civile e il danno ereditario, destinato al TAR. La sfida maggiore è stata garantire che i familiari potessero ottenere giustizia in un contesto procedurale complesso.

Le soluzioni offerte a sostegno dei miei assistiti

Per superare gli ostacoli legali, si è deciso di adottare una strategia mirata, avviando innanzitutto il giudizio per il danno parentale davanti al giudice civile. Inoltre, ho richiesto accertamenti medici specifici per una delle figlie del Vigile del Fuoco, che soffriva di una grave depressione a causa del lutto. Questo ha permesso di ottenere il riconoscimento del danno psicologico da lutto, raddoppiando per lei l’entità del risarcimento. La perseveranza e l’attenzione ai dettagli tecnici e umani hanno fatto la differenza, offrendo alla famiglia un’assistenza completa.

I risultati ottenuti

La causa si è conclusa nel 2023 con una sentenza del Tribunale di Reggio Calabria che ha riconosciuto un risarcimento totale di 1,2 milioni di euro. Questo importo comprende non solo il danno parentale per la perdita del congiunto, ma anche il danno psicologico da lutto riconosciuto alla figlia, in seguito a una documentata depressione grave. Il risultato finale ha portato un senso di giustizia e sollievo alla famiglia, dimostrando che, nonostante le sfide giuridiche e territoriali, una strategia mirata e l’impegno personale possono portare al riconoscimento dei diritti violati.

Storia di emotrasfusione infetta

Una trasfusione fatale: decenni di lotta per la giustizia

La storia di Paola (il nome è di fantasia), contagiata da epatite C nel 1974, e della sua battaglia contro il Ministero della Salute per ottenere il risarcimento dovuto.

Nel 1974, Paola, ricoverata per una colite ulcerosa al Sant’Orsola di Bologna, ricevette numerose trasfusioni di sangue, inconsapevole di aver contratto il virus dell’epatite C. La malattia, rimasta latente per decenni, si manifestò nel 2010 con cirrosi epatica e varici esofagee. La sua vita cambiò radicalmente: abbandonò gli studi di Medicina e affrontò anni di spossatezza e difficoltà. Nel 2022, dopo una battaglia legale contro il Ministero della Salute, quest’ultimo fu condannato a risarcirla con 210.000 euro.

La sfida maggiore da un punto di vista legale

Paola, ricoverata nel 1974 per una colite ulcerosa al Sant’Orsola di Bologna, subì oltre 70 trasfusioni di sangue; solo nel 2010 scoprì di aver contratto l’epatite C, che le causò cirrosi epatica e varici esofagee. La causa, ereditata in appello, presentava una complessa sfida legale: determinare i responsabili del risarcimento. Inizialmente, il giudizio coinvolgeva il Ministero della Salute, la Regione Emilia-Romagna e l’ex USL di Bologna. Nel corso degli anni, l’orientamento giurisprudenziale cambiò, modificando la responsabilità degli enti locali. La sfida principale fu dimostrare il nesso di causalità tra le trasfusioni infette e la malattia, nonostante la difesa del Ministero che negava la possibilità di controlli adeguati all’epoca.

Le soluzioni offerte a sostegno dei miei assistiti

Dopo aver ereditato il caso in appello, è stato deciso di escludere la Regione e l’ex USL, concentrandosi unicamente contro il Ministero della Salute, responsabile del controllo delle sacche di sangue. Siamo riusciti a dimostrare che già negli anni ’70 esistevano metodi per identificare sangue contaminato, anche se l’epatite C non era ancora pienamente conosciuta. Grazie a una preparazione meticolosa e al supporto di prove scientifiche, la difesa del Ministero è stata smontata, garantendo a Paola una rappresentanza solida, evitando inutili complicazioni giuridiche e accelerando il processo.

I risultati ottenuti

La Corte d’Appello ha confermato la responsabilità del Ministero della Salute, stabilendo un risarcimento finale di oltre 200.000 euro per Paola. La somma è stata ridotta rispetto ai 300.000 euro iniziali, a causa della detrazione dell’indennizzo previsto dalla legge 210/1992 per le vittime di trasfusioni infette. Nonostante ciò, la sentenza ha sancito il diritto al risarcimento per la negligenza subita. Questa vittoria ha portato un senso di giustizia per Paola che, nonostante gli anni di sofferenza e paura,  ha trovato nella mia figura l’empatia e il sostegno umano di cui aveva bisogno, oltre alla competenza legale.

Altre storie